Abbiamo migliaia di fotografie nei nostri telefoni.

Scattiamo continuamente: una cena, un viaggio, un compleanno, i bambini, il cane, una serata con gli amici.

Possiamo fare cinquanta fotografie dello stesso momento e scegliere quella venuta meglio. Eppure, quando penso alle fotografie a cui sono più affezionata, molte non sono affatto perfette.

Sono mosse, qualcuno ha gli occhi chiusi, magari la luce non è ideale o sul fondo c'è qualcosa che oggi probabilmente toglierei dall'inquadratura.

Eppure non le cancellerei mai.

Perché a distanza di anni non guardo più soltanto la fotografia, guardo il ricordo che contiene.

Le vecchie fotografie non erano perfette. Ed era normale così.

Chi è cresciuto con i rullini ricorderà bene quella sensazione.

Ventiquattro o trentasei fotografie, nessuna possibilità di controllare immediatamente il risultato.

Si scattava, si finiva il rullino e solo dopo lo sviluppo si scopriva cosa era successo.

Nell'album finiva un po' di tutto: fotografie riuscite e fotografie meno riuscite, dita davanti all'obiettivo, flash troppo forti, bambini che si muovono proprio nel momento dello scatto, persone che guardano dalla parte sbagliata.

Non credo che allora fossimo necessariamente più consapevoli del valore dei ricordi, semplicemente avevamo meno possibilità di selezionare. E così, quasi involontariamente, conservavamo anche l'imperfezione.

Oggi possiamo eliminare tutto ciò che non ci piace

La fotografia digitale ci ha dato possibilità straordinarie. Possiamo verificare immediatamente il risultato e decidere di ripetere lo scatto. Possiamo correggere l'esposizione, modificare i colori, ritagliare e ritoccare. Ma  soprattutto, abbiamo il lusso di cancellare.

Questa no, sono venuta male. questa è mossa, questa è quasi uguale, questa ha lo sfondo brutto, questa non la pubblicherei mai.

Cancella. Cancella, e alla fine resta la fotografia migliore.

Intendiamoci, non c'è niente di male nel desiderare belle fotografie. Sono una fotografa: la luce, la composizione, il colore e il momento sono parte del mio lavoro.

Il punto è un altro.

A volte siamo diventati così bravi a eliminare ciò che non è perfetto che rischiamo di eliminare anche ciò che è vero.

Una fotografia cambia valore con il passare del tempo.

Una fotografia che oggi giudichiamo mediocre potrebbe diventare importantissima tra vent'anni, perché ciò che guarderemo allora potrebbe non essere più il soggetto principale.

Ciò che ci accende i ricordi potrebbe essere il divano che avevamo da bambini, la vecchia cucina dei nostri genitori, un giocattolo dimenticato sul pavimento.

Oppure il modo in cui nostra nonna si sedeva a tavola, un animale che dormiva sempre nello stesso angolo, una persona che appare per caso sullo sfondo.

Sono dettagli che, nel momento in cui vengono fotografati, sembrano insignificanti.
Poi il tempo passa, le case cambiano, le persone invecchiano, gli animali non ci sono più, i bambini crescono.

Alcune abitudini spariscono senza che ce ne rendiamo conto.

Ed è allora che proprio quei dettagli diventano la parte più preziosa della fotografia.

Fotografiamo la nostra vita come se dovessimo pubblicarla.

C'è un altro cambiamento che trovo interessante:

i social ci hanno abituati a pensare alle immagini come qualcosa da mostrare, e questa logica è entrata anche nelle fotografie che non pubblicheremo mai.

Prima di scattare sistemiamo la stanza, chiediamo a qualcuno di guardare in camera, aspettiamo che tutti siano pronti.

Quasi sempre ripetiamo la fotografia perché qualcuno è venuto male, a volte rifacciamo perfino un gesto spontaneo,"Fallo di nuovo."

Ma la seconda volta quel gesto non è più davvero spontaneo, è una ricostruzione.

Il rischio è iniziare a costruire una versione visivamente perfetta della nostra vita, eliminando proprio le piccole cose che un giorno potrebbero aiutarci a ricordarla.

Una fotografia può essere bella senza essere perfetta.

Questo non significa che una fotografia debba essere casuale, tecnicamente sbagliata o brutta per essere autentica.

Al contrario.

Una fotografia può essere curata, composta, illuminata bene e allo stesso tempo raccontare qualcosa di assolutamente reale.

La differenza è tra migliorare una fotografia e correggere la realtà fino a renderla diversa da ciò che era.

Un bambino non deve necessariamente guardare in camera, una casa non deve sembrare una casa da catalogo, una famiglia non deve essere perfettamente in palette.

Qualcuno può avere i capelli spettinati! Qualcuno può ridere nel momento sbagliato.

Una fotografia può contenere movimento, caos, oggetti, persone che entrano ed escono dall'inquadratura, sono tutte cose che appartengono alla vita.

E spesso sono proprio quelle che rendono un'immagine riconoscibile come nostra.

Abbiamo più fotografie, ma le guardiamo meno.

C'è poi un paradosso:n
on abbiamo mai fotografato così tanto, ma allo stesso tempo forse non abbiamo mai guardato così poco le nostre fotografie.

Ne accumuliamo migliaia che restano nel telefono, nel cloud, in cartelle che raramente apriamo.

Ogni tanto uno smartphone ci propone un ricordo di qualche anno prima e riscopriamo una fotografia che avevamo completamente dimenticato.

Gli album fotografici funzionavano diversamente: venivano sfogliati.

La stessa fotografia poteva essere vista decine di volte durante gli anni e di fatto entrava nella storia della famiglia, diventava parte del modo in cui ricordavamo una persona, una vacanza o un periodo della nostra vita.

Forse non dovremmo necessariamente tornare a stampare ogni singola fotografia, ma potremmo iniziare a sceglierne alcune non soltanto perché sono belle, ma perché raccontano qualcosa.

É quello che faccio da sempre quando lavoro agli eventi.

Quando seleziono le immagini, difficilmente consegno un numero preciso: per me ci sono foto meno perfette, che comunque raccontano qualcosa. Un sorriso, un abbraccio, anche se nel frattempo lo zio passava davanti alla fotocamera.

Quella foto non sarà particolarmente bella, ma per la famiglia che mi ha commissionato il lavoro, sarà comunque un ricordo importante.

Questo è il mio modo di lavorare. Questo è il valore per me.
L'estetica non sempre vince sulla potenza del ricordo.

Le vecchie fotografie non erano perfette. Ed era normale così.

Chi è cresciuto con i rullini ricorderà bene quella sensazione.

Ventiquattro o trentasei fotografie, nessuna possibilità di controllare immediatamente il risultato.

Si scattava, si finiva il rullino e solo dopo lo sviluppo si scopriva cosa era successo.

Nell'album finiva un po' di tutto: fotografie riuscite e fotografie meno riuscite, dita davanti all'obiettivo, flash troppo forti, bambini che si muovono proprio nel momento dello scatto, persone che guardano dalla parte sbagliata.

Non credo che allora fossimo necessariamente più consapevoli del valore dei ricordi, semplicemente avevamo meno possibilità di selezionare. E così, quasi involontariamente, conservavamo anche l'imperfezione.

Oggi possiamo eliminare tutto ciò che non ci piace

La fotografia digitale ci ha dato possibilità straordinarie. Possiamo verificare immediatamente il risultato e decidere di ripetere lo scatto. Possiamo correggere l'esposizione, modificare i colori, ritagliare e ritoccare. Ma  soprattutto, abbiamo il lusso di cancellare.

Questa no, sono venuta male. questa è mossa, questa è quasi uguale, questa ha lo sfondo brutto, questa non la pubblicherei mai.

Cancella. Cancella, e alla fine resta la fotografia migliore.

Intendiamoci, non c'è niente di male nel desiderare belle fotografie. Sono una fotografa: la luce, la composizione, il colore e il momento sono parte del mio lavoro.

Il punto è un altro.

A volte siamo diventati così bravi a eliminare ciò che non è perfetto che rischiamo di eliminare anche ciò che è vero.

Una fotografia cambia valore con il passare del tempo.

Una fotografia che oggi giudichiamo mediocre potrebbe diventare importantissima tra vent'anni, perché ciò che guarderemo allora potrebbe non essere più il soggetto principale.

Ciò che ci accende i ricordi potrebbe essere il divano che avevamo da bambini, la vecchia cucina dei nostri genitori, un giocattolo dimenticato sul pavimento.

Oppure il modo in cui nostra nonna si sedeva a tavola, un animale che dormiva sempre nello stesso angolo, una persona che appare per caso sullo sfondo.

Sono dettagli che, nel momento in cui vengono fotografati, sembrano insignificanti.
Poi il tempo passa, le case cambiano, le persone invecchiano, gli animali non ci sono più, i bambini crescono.

Alcune abitudini spariscono senza che ce ne rendiamo conto.

Ed è allora che proprio quei dettagli diventano la parte più preziosa della fotografia.

Fotografiamo la nostra vita come se dovessimo pubblicarla.

C'è un altro cambiamento che trovo interessante:

i social ci hanno abituati a pensare alle immagini come qualcosa da mostrare, e questa logica è entrata anche nelle fotografie che non pubblicheremo mai.

Prima di scattare sistemiamo la stanza, chiediamo a qualcuno di guardare in camera, aspettiamo che tutti siano pronti.

Quasi sempre ripetiamo la fotografia perché qualcuno è venuto male, a volte rifacciamo perfino un gesto spontaneo,"Fallo di nuovo."

Ma la seconda volta quel gesto non è più davvero spontaneo, è una ricostruzione.

Il rischio è iniziare a costruire una versione visivamente perfetta della nostra vita, eliminando proprio le piccole cose che un giorno potrebbero aiutarci a ricordarla.

Una fotografia può essere bella senza essere perfetta.

Questo non significa che una fotografia debba essere casuale, tecnicamente sbagliata o brutta per essere autentica.

Al contrario.

Una fotografia può essere curata, composta, illuminata bene e allo stesso tempo raccontare qualcosa di assolutamente reale.

La differenza è tra migliorare una fotografia e correggere la realtà fino a renderla diversa da ciò che era.

Un bambino non deve necessariamente guardare in camera, una casa non deve sembrare una casa da catalogo, una famiglia non deve essere perfettamente in palette.

Qualcuno può avere i capelli spettinati! Qualcuno può ridere nel momento sbagliato.

Una fotografia può contenere movimento, caos, oggetti, persone che entrano ed escono dall'inquadratura, sono tutte cose che appartengono alla vita.

E spesso sono proprio quelle che rendono un'immagine riconoscibile come nostra.

Abbiamo più fotografie, ma le guardiamo meno.

C'è poi un paradosso:
on abbiamo mai fotografato così tanto, ma allo stesso tempo forse non abbiamo mai guardato così poco le nostre fotografie.

Ne accumuliamo migliaia che restano nel telefono, nel cloud, in cartelle che raramente apriamo.

Ogni tanto uno smartphone ci propone un ricordo di qualche anno prima e riscopriamo una fotografia che avevamo completamente dimenticato.

Gli album fotografici funzionavano diversamente: venivano sfogliati.

La stessa fotografia poteva essere vista decine di volte durante gli anni e di fatto entrava nella storia della famiglia, diventava parte del modo in cui ricordavamo una persona, una vacanza o un periodo della nostra vita.

Forse non dovremmo necessariamente tornare a stampare ogni singola fotografia, ma potremmo iniziare a sceglierne alcune non soltanto perché sono belle, ma perché raccontano qualcosa.

É quello che faccio da sempre quando lavoro agli eventi.

Quando seleziono le immagini, difficilmente consegno un numero preciso: per me ci sono foto meno perfette, che comunque raccontano qualcosa. Un sorriso, un abbraccio, anche se nel frattempo lo zio passava davanti alla fotocamera.

Quella foto non sarà particolarmente bella, ma per la famiglia che mi ha commissionato il lavoro, sarà comunque un ricordo importante.

Questo è il mio modo di lavorare. Questo è il valore per me.
L'estetica non sempre vince sulla potenza del ricordo.

Fotografare anche quello che sembra insignificante.

Ci sono cose che raramente pensiamo di fotografare: la casa in cui viviamo, la camera dei bambini piena di giocattoli, la tavola dopo colazione, una persona che legge sul divano, il cane nel suo posto preferito, i genitori mentre fanno qualcosa che fanno ogni giorno, le stanze così come sono davvero.

Eppure queste potrebbero diventare alcune delle immagini che un giorno avremo più piacere di rivedere.

Perché la memoria non è fatta soltanto di compleanni, viaggi e occasioni speciali, è fatta soprattutto di quotidianità.

Cosa voglio che rimanga dentro una fotografia.

Forse è anche per questo che, nel mio lavoro, mi è sempre interessato di più fotografare quello che succede tra una fotografia e l'altra, non soltanto il momento in cui tutti erano pronti.

Mi interessano i gesti, le relazioni, gli spazi.

Le piccole cose che raccontano chi siamo in un determinato momento della nostra vita.

Cerco immagini belle, naturalmente, ma non voglio che la ricerca della bellezza cancelli ciò che rende una storia riconoscibile.

Perché credo che una fotografia riesca davvero nel suo intento quando, dopo molti anni, non ci fa pensare soltanto:

“Quanto eravamo giovani”, ma ci permette di riprovare le stesse emozioni di quel momento: stare in quella stanza, la voce di una persona, il rumore della casa, il modo in cui vivevamo.

Cosa voglio che rimanga dentro una fotografia.

La tecnologia ci permette di creare fotografie straordinarie.

Possiamo controllare quasi tutto.

Ma forse ogni tanto vale la pena non controllare proprio tutto, non cancellare immediatamente quella fotografia un po' storta, non eliminare ogni elemento fuori posto.

Fotografare anche quello che oggi ci sembra banale.

Perché non possiamo sapere quale dettaglio diventerà importante per noi tra vent'anni.

E forse questa è una delle cose più belle della fotografia:

non serve soltanto a mostrarci come apparivamo, serve a ricordarci come eravamo.

Premendo su ISCRIVITI dichiaro di aver letto l’Informativa della Privacy e acconsento al trattamento dei miei dati per ricevere via email la newsletter, con aggiornamenti, contenuti e comunicazioni promozionali di Daniela Serpi Fotografia. Potrò revocare il consenso in qualsiasi momento tramite il link presente in ogni email.

CONTATTAMI

Raccontami qualcosa di te

Ogni storia inizia da una conversazione.

Non serve avere già tutto deciso: scrivimi chi sei, cosa vorresti raccontare e, se lo sai, quando ti piacerebbe farlo.

Ti risponderò con tutte le informazioni necessarie.

Daniela Serpi - Fotografa Cagliari - Famiglia, ritratti, eventi e storytelling
La tua privacy

Questo sito web utilizza cookie in modo da migliorare la tua esperienza di navigazione. Le informazioni raccolte dai cookie vengono conservate dal tuo browser. Permettono al nostro sito di riconoscerti quando torni e ci aiutano a capire quali sezioni del sito trovi più utili e interessanti.

Puoi personalizzare le tue impostazioni relative ai cookie navigando nelle varie schede che trovi alla tua sinistra.