Gli armadi dei nonni possono essere dei nascondigli perfetti per piccole briciole di storia. Vecchie lettere, documenti ingialliti, fotografie di persone che nessuno ricorda più. Oggetti che attraversano generazioni, traslochi e cambi di casa, finché qualcuno non decide di aprire una scatola e chiedersi che cosa contenga.
A noi è capitato di ereditare, per vie traverse, una raccolta di fotografie risalenti agli anni della guerra coloniale italiana in Etiopia, negli anni Trenta del Novecento. Scattate da uno zio di mia madre, militare italiano, e conservate per decenni come ricordi personali.
La storia la studiamo tutti, più o meno volentieri, sui libri di scuola. A volte ricordiamo persino qualcosa dopo l’interrogazione.
Ma ritrovarsi tra le mani una fotografia originale è un’altra cosa.
Ci fa realizzare davvero ciò che è successo, davanti agli occhi di qualcuno. Quelle persone erano lì, in quel preciso momento. E qualcuno ha deciso di fermare quell’istante.
Sfogliare quelle fotografie è stato come aprire una finestra su un periodo storico che conoscevo, ma che improvvisamente ha smesso di essere così lontano.
All’inizio c’erano persone sorridenti, abbigliamento a noi sconosciuto, visi particolari. Alcuni ritratti erano di una bellezza sorprendente. Volti, sguardi, gesti catturati con una sensibilità estetica che, da fotografa, non potevo fare a meno di osservare. Ho pensato a quanto fosse affascinante poter guardare quegli esseri umani attraverso una distanza di quasi un secolo.
Poi sono arrivate le altre fotografie.
Persone impiccate. Cadaveri. Corpi esposti davanti all’obiettivo. Non una, ma numerose fotografie, conservate insieme alle altre.
E, in alcuni casi, accompagnate persino da annotazioni che scherzavano su ciò che mostravano. “Natura morta”.
Credo sia stato questo a sconvolgermi più di tutto.
Non soltanto la violenza, che è sicuramente terribile. Ma la disinvoltura con cui quella violenza era stata fotografata, commentata e trasformata in un ricordo da conservare.
La stessa raccolta che conteneva splendidi ritratti di persone etiopi conteneva anche immagini di esseri umani uccisi in modo barbaro e superficiale. E tutto sembrava avere, almeno nella conservazione di quelle stampe, lo stesso peso.
Un paesaggio. Un volto. Un’impiccagione.
La normalizzazione dell’orrore.
È difficile non pensare a quella che Hannah Arendt chiamava la banalità del male. Non perché il male sia banale nelle sue conseguenze, ma perché può convivere con la quotidianità, con le abitudini e con l’assenza di riflessione. Perché non servono necessariamente mostri dall’aspetto terrificante: a volte bastano persone capaci di considerare ordinario qualcosa che ordinario non dovrebbe essere mai.
E quelle fotografie sembrano raccontare proprio questo.
Non conosco ancora le circostanze esatte in cui furono scattate, né l’identità delle persone ritratte. Non so quale ruolo avesse il mio antenato negli episodi documentati, anche se credo ci siano pochi dubbi.
Ma una cosa è evidente: qualcuno ha assistito a quelle scene, ha tirato fuori una macchina fotografica, ha inquadrato e ha scattato. E quelle immagini sono state poi sviluppate e conservate.
Mi domando che cosa vedesse, attraverso il mirino, chi stava fotografando.
Una testimonianza da tramandare? Un avvenimento degno di essere ricordato? Un trofeo? Una scena talmente normale, nel contesto in cui viveva, da non suscitare neppure il bisogno di interrogarsi?
Non posso saperlo.
E forse è proprio questa impossibilità di conoscere le intenzioni a rendere quelle fotografie ancora più inquietanti.
Da fotografa, ho sempre pensato allo scatto come a una scelta. Decidiamo cosa includere nell’inquadratura e cosa lasciare fuori, a cosa dare importanza, quale frammento di realtà meriti di essere conservato.
In quelle immagini, però, il mio modo abituale di guardare le fotografie si è scontrato con qualcosa di molto più difficile da affrontare.
Perché la fotografia non è soltanto bellezza, memoria, emozione. Può essere anche testimonianza di violenza, strumento di propaganda, espressione di potere. E può mostrarci non soltanto il soggetto fotografato, ma anche il rapporto che chi fotografa aveva con quel soggetto.
Guardando quei corpi, mi sono chiesta quanto dovesse essere stato necessario disumanizzare delle persone per poterle osservare in quel modo.
E quanto fosse facile, una volta compiuto quel passaggio, smettere di riconoscere la gravità di ciò che si stava facendo o vedendo.
La cosa più scomoda è che non stavo sfogliando un archivio anonimo, appartenente a un museo o a qualche sconosciuto.
Erano fotografie di famiglia.
E questo rende molto più difficile prendere le distanze.
Siamo abituati a immaginare la storia come qualcosa che hanno fatto gli altri. I grandi personaggi, i governi, gli eserciti, le persone vissute in un’altra epoca. Poi apriamo un armadio e scopriamo che anche le nostre famiglie hanno attraversato quella storia. E che, in qualche modo, ne hanno fatto parte.
Non significa che le colpe si ereditino insieme alle fotografie. Ma forse una responsabilità sì: quella di non fingere di non averle trovate.
Mi sono chiesta a lungo che cosa fare di queste immagini.
Lasciarle dove sono state per tutti questi anni? Conservarle in una cartella sul computer, destinate a essere dimenticate di nuovo? Oppure mostrarle, con tutte le difficoltà che questo comporta?
Pubblicare immagini di persone uccise solleva questioni che non possono essere liquidate con un semplice «sono documenti storici». Quelle persone avevano un nome, una vita, degli affetti, una dignità che la morte non dovrebbe cancellare. E non voglio che le loro immagini diventino l’ennesima occasione per consumare l’orrore come spettacolo.
Ma non mi sembra giusto neppure nasconderle.
Perché la violenza del colonialismo italiano è parte della nostra storia, anche se spesso non occupa molto spazio nella memoria collettiva. E perché il passato non diventa meno terribile soltanto perché smettiamo di guardarlo.
Ho quindi deciso di digitalizzare queste fotografie e di avviare una ricerca attraverso vari canali per comprenderne meglio il contesto, cercando anche il confronto con chi si occupa professionalmente di storia coloniale.
Nel frattempo, voglio condividere una parte di questo materiale, con le dovute avvertenze e lasciando a ciascuno la libertà di scegliere se vedere le immagini più crude.
Non per scandalizzare. Non per cercare una reazione. E nemmeno perché abbia già tutte le risposte.
Al contrario, perché queste fotografie pongono domande alle quali, per ora, non so rispondere.
Forse è arrivato il momento che escano dall’armadio in cui sono rimaste nascoste per quasi un secolo.
Forse vale la pena guardarle, studiarle, chiedersi che cosa raccontino non soltanto dell’Italia di allora, ma anche del modo in cui gli esseri umani riescono a convivere con la violenza.
E forse vale la pena ricordare che una fotografia non conserva soltanto ciò che abbiamo voluto ricordare.
A volte conserva anche ciò che avremmo preferito dimenticare.
Nota sulle immagini
Le fotografie citate in questo articolo appartengono al mio archivio familiare e risalgono presumibilmente agli anni Trenta, durante la presenza militare italiana in Etiopia. Alcune documentano cadaveri ed esecuzioni e possono risultare profondamente disturbanti.
Ho scelto di non inserire quelle più violente direttamente nel testo, ma di renderle disponibili attraverso un collegamento separato, affinché chi legge possa decidere consapevolmente se consultarle.
Le immagini vengono condivise esclusivamente per finalità di memoria, documentazione e approfondimento storico. La loro identificazione e contestualizzazione sono ancora in corso.
[Accedi all’archivio fotografico — contiene immagini esplicite di violenza e morte]
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