Cosa cerchiamo nel gesto creativo?
Per disegnare una tazza servono pochi segni. Eppure si può passare mezz’ora a correggere la traccia, accorgersi che il manico è troppo grande, cancellarlo e rifarlo quasi identico. Vista da fuori, è un’attività curiosamente inefficiente.
Se lo scopo fosse soltanto ottenere l’immagine di una tazza, ci sarebbero strade più rapide. Questa possibilità rende più interessante chiedersi perché qualcuno scelga comunque di prendere una matita in mano. Il tempo trascorso davanti al foglio deve avere un valore che la sola immagine finita non riesce a spiegare.
Quando disegniamo dal vero, siamo costretti a osservare abbastanza a lungo da scoprire ogni dettaglio di ciò che abbiamo davanti. Quando diciamo “tazza”, ci sembra di aver molto chiaro in mente di cosa si tratta. Provando a rappresentarla scopriamo che l’ombra del manico ha una forma inattesa, che un lato sembra più corto dell’altro, che il bianco cambia vicino alla finestra. L’oggetto è lo stesso di prima. È cambiata l’attenzione che gli abbiamo dedicato.
Qualcosa di simile può succedere in fotografia. Aspettare che una persona smetta di controllare la propria espressione significa trascorrere del tempo insieme. In quell’attesa si costruisce anche la possibilità della foto. Se guardiamo soltanto il file concluso, una parte di ciò che l’ha reso possibile rimane invisibile.
Il qui e ora, tra fotografia e disegno
C’è qualcosa di profondamente vicino alla filosofia zen nell’atto di fotografare o disegnare: la necessità di essere presenti.
Lo zen ci invita ad abitare il momento, a prestare attenzione a ciò che accade senza essere continuamente proiettati verso quello che verrà. E quando disegniamo o fotografiamo, in fondo, facciamo qualcosa di molto simile.
Disegnare significa fermarsi a osservare davvero. Seguire una linea, comprendere una forma, accorgersi di come la luce cambia una superficie. Fotografare richiede la stessa attenzione, anche quando tutto si svolge in una frazione di secondo: riconoscere un gesto, intuire un’espressione, percepire una relazione tra gli elementi prima che scompaia.
In entrambi i casi, il mondo smette per un momento di essere qualcosa che attraversiamo distrattamente e diventa qualcosa che guardiamo.
E forse una parte importante del piacere di creare sta proprio qui: non soltanto nell’immagine che otteniamo, ma nel tempo che abbiamo trascorso a realizzarla. Nel fatto che, mentre eravamo concentrati a osservare, non stavamo pensando ad arrivare da qualche altra parte. Eravamo esattamente lì.
Un'epoca dove tutto diventa prodotto
La discussione sulla tecnologia tende spesso a concentrarsi sul prodotto: quanto è convincente, quanto costa, quanto tempo richiede per essere prodotto. Sono domande sensate, soprattutto quando si lavora. Una professionista deve riuscire a consegnare, a farsi pagare e a non consumare tutte le proprie giornate in operazioni ripetitive. Nessuna virtù nel rendersi la vita inutilmente difficile. Un’automazione che libera un pomeriggio può restituire proprio il tempo necessario per fare qualcosa con più cura, ed è per questo che l’AI sta prendendo il sopravvento così rapidamente.
Il problema comincia quando la velocità diventa il criterio con cui giudichiamo qualsiasi attività. Se ogni passaggio evitabile è uno spreco, imparare uno strumento musicale diventa una scelta incomprensibile: esistono già registrazioni migliori di qualunque esecuzione potremo produrre noi. Ci sono strumenti AI che possono suonare al posto nostro. Lo stesso ragionamento renderebbe superfluo ballare senza pubblico. Eppure continuiamo a desiderare queste esperienze, anche sapendo che non saremo particolarmente bravi.
Fare qualcosa ci coinvolge in un modo specifico. Durante un disegno dobbiamo decidere dove insistere e quando fermarci. A volte un errore cambia il progetto; altre volte lo rovina davvero e ci tocca ricominciare. Non viviamo tutti gli incidenti come una rivelazione poetica, ma il tentativo ci mette a contatto con le nostre scelte che ci fanno crescere, comprese quelle che avremmo preferito non fare.
Questo valore può esistere anche davanti a uno schermo. Una tavoletta grafica non impedisce di cercare un segno per ore, così come un foglio costoso non rende profondo qualunque scarabocchio. Persino lo stesso strumento può essere usato per esplorare oppure per sbrigare una faccenda. Il significato dell’esperienza dipende anche da quanto vogliamo entrarci, da quali decisioni ci interessa prendere e da quali siamo felici di delegare.
Naturalmente avere tempo, spazio e materiali è un privilegio distribuito male. Celebrare la lentezza senza tenerne conto può diventare irritante.
Chi lavora di corsa o si prende cura di qualcuno non ha bisogno di sentirsi spiegare che dovrebbe passare tre ore a mescolare colori. Si può però difendere l’esistenza di attività che non devono giustificarsi con la produttività, anche quando riusciamo a concederci soltanto venti minuti in una giornata.
Il risultato può essere modesto. Magari nulla che vale la pena pubblicare. Ciò che è successo mentre facevamo quella cosa resta comunque parte dell’esperienza: abbiamo guardato più a lungo, sostenuto una difficoltà, abbiamo imparato qualcosa di più, che magari prima non sapevamo fare.
La prossima volta che qualcuno chiede perché perdere tempo a fare una cosa che potrebbe essere pronta subito, si potrebbe partire da lì.
Da quella mezz’ora davanti alla tazza, durante la quale, per una volta, abbiamo avuto qualcosa da fare senza avere fretta di aver finito.