Ci sono momenti in cui, mentre disegno, mi accorgo che è passato molto più tempo di quanto pensassi. Sono lì, concentrata su una sfumatura, sul modo in cui la luce modifica il colore di un oggetto. Il resto, per un po’, ha smesso di esistere.
Mi succede qualcosa di simile quando fotografo. Quando sono davvero immersa in quello che sto facendo, non penso più alla macchina fotografica, alle impostazioni o al risultato finale. Osservo. Aspetto. Mi muovo cercando un’inquadratura, seguo un gesto, noto qualcosa che pochi secondi prima mi sarebbe sfuggito.
Sono esperienze diverse, eppure hanno qualcosa in comune. Entrambe mi portano in una condizione piuttosto rara nella vita quotidiana: essere completamente dentro quello che sto facendo.
Ed è proprio questa esperienza che mi fa pensare allo zen.
Il qui e ora non è soltanto un modo di dire
Uno dei concetti più conosciuti della pratica zen è quello della presenza mentale: portare l’attenzione all’esperienza che stiamo vivendo, senza lasciare che la mente venga continuamente trascinata altrove.
Detta così, sembra una cosa semplicissima. In realtà trascorriamo buona parte delle nostre giornate facendo qualcosa mentre pensiamo a qualcos’altro.
Mangiamo guardando il telefono, camminiamo pensando a ciò che dobbiamo fare dopo, ascoltiamo qualcuno mentre prepariamo mentalmente la nostra risposta. Persino durante le attività piacevoli siamo spesso proiettati verso il risultato, anziché concentrati sull’esperienza.
Lo zen, nelle sue diverse tradizioni, ci invita a coltivare una relazione più consapevole con ciò che accade nel momento presente. Non significa smettere di pensare, né raggiungere una specie di tranquillità permanente. Significa imparare a osservare anche i propri pensieri, senza essere costantemente trascinati da essi.
Disegnare e fotografare possono diventare, in questo senso, due interessanti esercizi di attenzione.
Non perché siano necessariamente pratiche meditative. Si può disegnare con la testa completamente altrove e fotografare senza prestare davvero attenzione a nulla. Ma quando vengono vissute con consapevolezza, entrambe ci chiedono qualcosa che assomiglia molto a una forma di meditazione: fermarci, osservare e stare dentro l’esperienza.
Disegnare significa imparare a vedere


Quando cominciamo a disegnare qualcosa, spesso crediamo di sapere già com’è fatto.
Una mano ha cinque dita. Un albero ha un tronco e una chioma. Un occhio ha una certa forma.
Il problema è che la nostra mente è incredibilmente efficiente nel semplificare la realtà. Per riconoscere un oggetto non abbiamo bisogno di osservarne ogni dettaglio: ci basta identificarne alcune caratteristiche e il cervello fa il resto.
Questa capacità è utilissima nella vita di tutti i giorni, ma quando disegniamo può diventare un ostacolo.
Se voglio disegnare davvero quella mano, devo davvero osservare quella che ho davanti. Le proporzioni, le ombre, lo spazio tra le dita, le linee che cambiano quando si muove.
Devo, in qualche modo, sospendere ciò che credo di sapere per lasciare spazio a ciò che vedo.
È qui che trovo una delle connessioni più interessanti con lo zen.
Nella tradizione zen si parla spesso di shoshin, la mente del principiante: un atteggiamento di apertura, curiosità e disponibilità a incontrare le cose senza considerarle già completamente conosciute.
È un concetto che trovo particolarmente vicino al disegno dal vero.
Perché disegnare bene non significa soltanto avere una mano allenata. Significa anche imparare a guardare senza lasciare che le nostre idee precostituite si sostituiscano all’osservazione.
E più disegno, più mi rendo conto che questa capacità non è affatto scontata.
A volte il vero esercizio non è riuscire a tracciare una linea corretta, ma accorgersi finalmente di quella linea.
La fotografia e l’attenzione all’istante
Con la fotografia succede qualcosa di diverso.
Nel disegno posso rimanere davanti a un soggetto per molto tempo, studiarlo, tornare su una forma, cancellare, correggere. La fotografia, soprattutto quando racconta la vita spontanea, mi chiede invece di riconoscere qualcosa mentre sta accadendo.
Un’espressione, un movimento, una relazione tra due persone, un raggio di luce che compare per pochi secondi.
La fotografia ci costringe a fare i conti con la natura transitoria delle cose.
Quel gesto non si ripeterà esattamente nello stesso modo. Quella luce cambierà. Quell’espressione scomparirà.
E forse è proprio per questo che fotografare può diventare un esercizio straordinario di presenza.
Per cogliere un momento devo prima di tutto esserci. Non soltanto fisicamente, con una macchina fotografica in mano, ma con la mia attenzione.
Certo, la fotografia è anche tecnica, progettazione, capacità di anticipare quello che potrebbe succedere. Ma tutto questo serve a poco se non siamo disponibili a lasciarci sorprendere dalla realtà.
Nello zen, il concetto di mujō, l’impermanenza, ci ricorda che ogni cosa è soggetta al cambiamento. È un’idea centrale nel pensiero buddhista e ha una risonanza particolare con la fotografia.
Fotografiamo qualcosa proprio perché sappiamo, più o meno consapevolmente, che non resterà identico per sempre.
Eppure c’è un piccolo paradosso: mentre cerchiamo di conservare un istante, dobbiamo prima imparare a viverlo.

La differenza tra guardare e vedere
Viviamo immersi nelle immagini. Ne produciamo, consumiamo e scorriamo una quantità impressionante, spesso dedicando a ciascuna soltanto qualche frazione di secondo.
Eppure non è detto che vedere più immagini significhi osservare di più.
Anzi, a volte ho l’impressione che accada proprio il contrario.
Siamo talmente abituati a riconoscere rapidamente ciò che abbiamo davanti da non soffermarci quasi mai a guardarlo davvero.
Disegno e fotografia possono interrompere questo automatismo.
Un soggetto apparentemente banale, se osservato abbastanza a lungo, comincia a rivelare una complessità inattesa.
Un bicchiere su un tavolo non è più soltanto un bicchiere. Diventa un insieme di riflessi, trasparenze, deformazioni, ombre e rapporti tra pieni e vuoti.
Una scena quotidiana, attraverso la fotografia, può rivelare un equilibrio di gesti, sguardi e distanze che fino a quel momento non avevamo notato.
Non è necessariamente il mondo a diventare più interessante.
È la nostra attenzione a cambiare.
E questa, forse, è una delle cose più preziose che la pratica artistica può insegnarci:
la bellezza e il significato non si trovano sempre in qualcosa di eccezionale. A volte emergono semplicemente quando impariamo a dedicare più attenzione all’ordinario.
Fare senza essere ossessionati dal risultato
C’è un altro aspetto che mi sembra importante.
Siamo abituati a misurare quasi tutto attraverso ciò che produciamo. Il tempo dedicato a un’attività deve portare a un risultato, possibilmente utile, possibilmente condivisibile, possibilmente apprezzato.
Disegniamo per finire un’illustrazione. Fotografiamo per ottenere una bella immagine. Impariamo qualcosa per diventare più bravi.
Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo. La ricerca di un risultato è una componente legittima e importante del lavoro creativo.
Ma cosa succede quando il risultato diventa l’unica cosa che conta?
Rischiamo di considerare tutto ciò che viene prima come un semplice mezzo per arrivare alla fine.
Eppure gran parte del valore di un’attività artistica sta proprio in quello che succede mentre la svolgiamo.
Nella concentrazione necessaria per capire una forma, nella pazienza di aspettare la luce, nella curiosità che ci porta a provare una soluzione diversa. Persino nell’errore che ci costringe a osservare meglio.
Nella pratica zen l’attenzione non è rivolta soltanto a raggiungere uno stato particolare, ma anche al modo in cui si compie l’azione stessa. In questa prospettiva, il gesto non è necessariamente meno importante della sua finalità.
Mi piace pensare che qualcosa di simile possa accadere con il disegno.
Una pagina di schizzi che non mostreremo mai a nessuno non è necessariamente tempo sprecato. Può avere avuto un valore enorme nel momento in cui l’abbiamo realizzata.
Lo stesso vale per una passeggiata fotografica dalla quale torniamo senza nessuna immagine memorabile.
Forse non abbiamo prodotto qualcosa di straordinario, ma abbiamo guardato il mondo con più attenzione di quanto avremmo fatto altrimenti.
E non è poco.
La lentezza come scelta
Oggi esistono strumenti capaci di generare immagini in pochi secondi. Possiamo ottenere rappresentazioni complesse senza dover imparare a disegnare, fotografare o dipingere.
È una trasformazione tecnologica importante, che apre possibilità interessanti e solleva domande altrettanto interessanti.
Ma ce n’è una che mi sembra particolarmente rilevante: se quello che conta è soltanto ottenere un’immagine, perché continuare a dedicare ore a realizzarla?
La risposta, almeno per me, sta proprio nella differenza tra il risultato e l’esperienza.
Se disegno un oggetto per un’ora, alla fine non avrò soltanto un’immagine di quell’oggetto. Avrò trascorso un’ora a osservarlo, a interpretarlo, a confrontarmi con le difficoltà che mi ha posto.
Se fotografo una scena, il valore di quello scatto non è soltanto nel file che salvo sulla scheda di memoria, ma anche nella mia presenza in quel momento, nelle scelte che ho fatto, nel rapporto che ho costruito con ciò che avevo davanti.
Il tempo impiegato non è necessariamente un difetto da eliminare.
A volte è parte essenziale di ciò che stiamo cercando.
Questo non significa che la lentezza sia sempre una virtù, né che la tecnologia renda meno autentica ogni esperienza creativa. Significa semplicemente riconoscere che non tutte le attività hanno come unico scopo quello di produrre qualcosa nel modo più rapido ed efficiente possibile.
Alcune cose le facciamo anche per ciò che ci accade mentre le facciamo.
Non serve essere artisti per imparare a osservare
Credo che questo sia il punto che più mi interessa.
Il legame tra zen, disegno e fotografia non riguarda soltanto chi vuole diventare un bravo illustratore o un bravo fotografo.
Riguarda un modo di stare nel mondo.
Disegnare può insegnarci a osservare ciò che credevamo di conoscere. Fotografare può allenarci a riconoscere ciò che sta accadendo prima che scompaia. La pratica zen può aiutarci a capire quanto spesso viviamo lontani dall’esperienza presente, distratti dai pensieri su ciò che è stato o su ciò che verrà.
Naturalmente non basta prendere una matita o una macchina fotografica per raggiungere uno stato di consapevolezza. Possiamo essere impazienti mentre disegniamo, distratti mentre fotografiamo e ossessionati dal risultato in entrambi i casi.
Ma possiamo anche scegliere di vivere queste attività in un modo diverso.
Senza necessariamente rinunciare all’ambizione di creare qualcosa di bello. Senza smettere di studiare, migliorare o cercare risultati.
Semplicemente ricordandoci che, mentre facciamo tutto questo, stiamo anche vivendo.
Forse è questa la cosa che accomuna di più lo zen, il disegno e la fotografia.
Non ci insegnano soltanto a fare qualcosa, ci offrono un’occasione per accorgerci di ciò che abbiamo davanti.
E in un mondo che ci chiede continuamente di accelerare, produrre, condividere e passare subito alla cosa successiva, riuscire a dedicare davvero la nostra attenzione a un singolo istante mi sembra già qualcosa di straordinario.
Forse non disegniamo e fotografiamo soltanto per ricordarci ciò che abbiamo visto.
Forse lo facciamo anche per imparare, finalmente, a vedere.


